Alle origini del castrum longobardo

 


Le origini di tanti centri minori sono spesso avvolti nelle tenebre, a tratti rischiarati da qualche dato frammentario, da più o meno fortuite documentazioni indirette, da rare testimonianze archeologiche o ancora dalle informazioni che possono riflettersi dai centri e dalle località vicine.
Per Pontelatone l'ipotizzabile rapporto con la città egemone dell'area, in età sannitico-romana, cioè Trebula, non riceve alcun contributo dagli studi dedicati a quest'ultima, riservati al solo periodo sannitico, mentre della città romana si sa veramente poco e della città medioevale si può registrare il silenzio pressoché totale delle fonti e il sostanziale accordo dei pochissimi studiosi su un graduale abbandono.
Eppure un dato preciso può aprire concretamente il discorso. In un documento capuano del 1053 (o 1054) una certa Sichelgarda vende parte di una proprietà, sita nel territorio di Caiazzo, "ubi dicitur casa Marcella", nei pressi della chiesa di San Silvestro, a Sassi e a sua moglie Maria "abitatores de finibus Caiatie, loco ubi dicitur castro Ponte latronu". Dunque a metà dell'XI sec. esiste a Pontelatone un insediamento che si può pensare avvenuto in tempi anteriori, senza però poter risalire più indietro del 979, anno in cui l'arcivescovo di Capua, Gerberto, conferma al suffraganeo di Caiazzo, Stefano Menecillo, una bolla, nella quale vengono elencate le chiese - officiate nelle singole località - di pertinenza del presule caiatino. 
Nella bolla di Santo Stefano, Pontelatone non compare e dunque la sua nascita va circoscritta agli anni fra il 979 e il 1053, nell'ultimo periodo del dominio longobardo al sud.
Questo contributo nasce da una lontana frequentazione dell'area, intensificatasi negli ultimi tempi per i suggerimenti e gli stimoli che mi sono venuti dal vescovo della diocesi, Mons. Angelo Campagna, e dagli amici Giuseppe Tescione, Agostino Secondino, Augusto Russo e soprattutto Gaetano Scirocco, cui devo anche utilissimi spunti per i problemi topografici. 
Siamo infatti nel territorio della Longobardia minore e precisamente nel principato di Capua.  Capua, elevatasi a contea verso la metà del IX sec., dopo la spartizione del territorio longobardo in due zone di influenza, soggette a Benevento ed a Salerno, riesce ad ottenere nell'860 una piena autonomia, assicurandosi il controllo di un congruo numero di gastaldati, dalla valle caudina fino alla regione sorana, compresi Caserta, Telese, Alife e Caiazzo. Pontelatone è nel territorio del gastaldato di Caiazzo e dunque sotto la giurisdizione vescovile caiatina, almeno dal momento in cui, eretta la metropolìa di Capua (966), scatta una programmata coincidenza tra le sedi vescovili e le sedi comitali.
Ritornando a quel prezioso documento che è la Bolla del 979, se non c'è traccia di Pontelatone, compaiono, nelle vicinanze, numerose località abitate, prima fra tutte la già citata Trebula, la quale, dopo un lungo periodo di decadenza fra il tardoantico e l'alto medioevo, durante il quale sembra essersi ecclissata, si riaffaccia nell'808 con una sua chiesa, intitolata a S. Secondino, che Colo, un abitante del territorio caiatino, offre alla cella cassinese di S. Martino al Volturno, presso Ruviano.
La chiesa ricompare, con l'altra di S. Giovanni, nella Bolla del 979, e nel 996, insieme con la cella di S. Martino, quale dono dell'abate cassinese Giovanni II al predecessore Mansone. Dopo di ché bisogna attendere l'età angioina per incontrare i signori del Casale di Trible o gli elenchi delle Rationes Decimarum, per leggere i nomi di due chiese de Triblis: S. Secondino, ancora, e S. Maria.
Ora, se il rapporto con la decaduta Trebula rimane del tutto nebuloso - e andrebbe poi scandagliato in diramazioni, i cui terminal vanno indicati a Mairanu, Casalicchio, Sclavia, Sasso ecc. -, ove si prescinda dall'istanza del ripristino nella zona di un forte presidio territoriale, cui ora però si riconosca anche una chiara funzione di amènagement economico, quello con il più vicino villaggio di Peti (I.G.M. f. 172, I S O Formicola) potrebbe avere altra consistenza.
Peti compare in un documento capuano del 967, per un campo e dieci moggi di terreno coltivati a frutteto e vigna, che Offa, figlia del castaldo Landone, aveva ricevuto dal fratello, il castaldo Pandolfo. Nel documento si fa riferimento anche al sito di Malianu, lì dove la donatrice richiama la carta registrante lo scambio di proprietà tra il fratello da una parte e quattro possessori dall'altra, "abitatori de finibus trans fluvio loco Malianu". Nell'ottica "capuana" della donatrice e dei presenti all'atto le località di Peti e di Malianu sono trans flubio, cioè, rispetto a Capua, oltre il Volturno, sulla riva destra; non solo, ma è probabile che le due località fossero non lontane, se in un documento capuano, successivo, del 986 tre testimoni, Pietro, Martino e Sellicto dichiarano che il pezzo di terra, in località Peti, conteso fra l'arcivescovato di Capua ed monastero di S. Giovanni, a Capua, era stato posseduto - e lo conoscevan bene, perché era il pezzo di terra oggetto di scambio nel 967 tra i loro genitori il gastaldo Paldolfo - per trenta anni dal monastero di S. Giovanni.
Dalla bolla di S. Stefano, che si colloca cronologicamente fra i due documenti di Capua, risultano conferme e chiarimenti, oltre ad interessanti elementi nuovi.
Così la nona petia ad Castanetum (toponimo conservatosi a medesima coltura fino ad oggi) confina con una terra filii Geremundi, presenti nel documento capuano del 967 quali abitanti a Malianu; così per ben due volte nella descrizione dei confini si trova una terra Landolfi Comitis, che si potrebbe pensare di identificare con un conte di Caiazzo, ma con una operazione complessa, dal momento che al tempo del vescovo caiatino Urso (967 ca.) c'è traccia di un "Landolfum comitem ipsius Caiatie", un "Landolfo Comes filius idem Landolfi Comiti" compare in una chartula offertionis, stesa a Capua nel 982, quale donatore all'abbazia di S. Croce presso Caiazzo della chiesa di S. Marco in Cesarano, mentre in un preceptum del 985, concesso dal vescovo caiatino Stefano, il padre ("Landolfus comes genitore vestro") viene riconosciuto fondatore del monastero di S. Croce; così i "filiorum Andreae balneatoris; idest Pertundo et Leo" della Bolla sono appunto i "Perondolo et Leo balneatores" del documento del 986, ancora famuli dell'arcivescovato capuano, che sette anni prima nel territorio di Caiazzo concesso al vescovo Stefano, si era riservato il possesso sia del tenimento di Casa Marcella con relative chiese sia delle dieci petiae di terra in possesso della chiesa di S. Maria a Peti, ereditate dai figli di Andrea e dai figli di Ursolo, sia infine del santuario di S. Angelo in Melanico. Quanto agli elementi nuovi, oltre alle informazioni che a Malianu ci sono due chiese, S. Felice e S. Maria - i medesimi titoli delle chiese esistenti, nella stessa Bolla, a Peti - che due chiese, S. Nazario e S. Vitaliano, sono in Balinianu, l'attuale Barignano, che le altre due, S. Pietro e S. Lorenzo, sono in Liczanu presso il ponticello oggi chiamato Ragazzano e che una chiesa di S. Pietro è ad Pile, oggi conservato nel toponimo Sorgente Pila, è rilevata l'importanza di S. Maria ad Peti e delle sue pertinenze con la segnalazione di emergenze e linee di territorio ancora oggi riconducibili o comunque utilizzabili per una ricostruzione del quadro storico-culturale e insediativi di Pontelatone. Così, ad esempio, la posizione della "sexta petia prope Sancto Angelo ad Palma" ci chiarisce che ad Palma è nel territorio, nella zona in cui si trovano Centuru e Argellaru (toponimi conservatisi a sud-ovest di Pontelatone e ad una distanza minima), mentre la settima petia, a Centura, confina su un lato con il "ribo, qui dicitur Lata", oggi facilmente identificabile a sud appena fuori della cittadina; allo stesso modo la via antiqua della prima e della ottava petia dovrebbero corrispondere ai sentieri sannitici, riattati in età romana, che conducono agli insediamenti di Monte Zizzola e di La Colla, così come la "terza petia in Juuenelli" è localizzabile presso l'attuale masseria Iovinello a sud-est di Pontelatone (I.G.M. f. 72. ISO Formicola). 
La Bolla infine enfatizza il peso territoriale di Casa Marcella e delle "ecclesias, quae ibidem sunt", lasciandone però aperto il problema dell'ubicazione, per la quale poco ci valgono le note del documento capuano del 1053, ove si specifica che Casa Marcella è "propincu ecclesia Sti. Silvestri" e delle Rationes Decimarum, o ne troviamo l'intitolazione a S. Angelo di una chiesa ad Casamarcelli. 
Ora la presenza, nell'area di Pontelatone, di insediamenti come quelli di Balunianu, Liczanu, ad Pile, ad Palma, (e probabilmente di Malianu e Casa Marcella), e soprattutto di Peti, tutti insediamenti aperti di una certa entità, dal momento che ospitano ciascuno una o due chiese - ben nove quelle degli insediamenti sicuri, ci rende informati intanto di una feracità di suolo e insieme di uno sfruttamento intensivo (si ricordino il frutteto e il vigneto di Offa o il castanetum da cui prende nome la terza petia) che andavano organizzati e coordinati, oltre che salvaguardati con una accorta difesa. Non dimentichiamo che proprio al limite di questa area, circa un secolo prima, sotto l'incalzare dei Saraceni, la classe dirigente longobarda era andata ad arrocarsi a Sicopoli, sopra Triflisco.
Verso la fine del X sec., sotto l'urgere di nuove esigenze autonomistiche e difensive, gli abitanti di questi villaggi e soprattutto di quello cresciuto intorno alle chiese di Peti, dovettero spostarsi in un sito strategicamente più sicuro, come il banco tufaceo di Pontelatone, profondamente inciso dal Vallone delle Grazie ad ovest e dal Vallone Maltempo a nord-est, ma non in massa, tanto che la chiesa di Peti, S. Maria, continua a svolgere un suo ruolo, se è ancora, dopo una menzione del 1012, negli elenchi delle Rationes Decimarum.
In ogni caso individuare il momento dello spostamento Peti-Pontelatone o comunque il momento della nascita di Pontelatone - ignoto com'è il diploma di fondazione - non è facile.
Pensare ad un centro difensivo approntato verosimilmente dal signore longobardo di Caiazzo in funzione antinormanna nel secondo quarto dell'XI sec. - come pure avveniva intanto nelle terre di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno e delle altre signorie longobarde del Molise e dell'Abruzzo non è vietato, anche se è verosimile che fino alla caduta di Capua il fenomeno normanno non sia stato valutato a pieno e non si sia pensato alle difese nel territorio.
È più probabile invece che Pontelatone rientri nel circuito dell'incastellamento della seconda metà del sec. X, quando è appunto il castrum "la structure fondamentale de l'occupation du sol", organizzandosi intorno ad esso il lavoro contadino e il profitto signorile, come scrive Toubert, che poco dopo può parlare di un "souci d'urbanisme villageois", sulla cui potenzialità di "investimento" si è fermato Wickham.
Ma sulla Campania dei decenni centrali del sec. X e sul fiorire dei castra, con le numerose concessioni "edificandi castella", in particolare da parte di Pandolfo Capodiferro (943-981), avevano in precedenza condotto puntuali analisi Del Treppo e Cilento, sottolineando dell'incastellamento le motivazioni politico-sociali e soprattutto economiche - connesse, queste ultime, allo sfruttamento intensivo della terra - il primo, la molteplicità delle cause e iI riporto nella sfera della signoria territoriale il secondo, con un ritorno assai suggestivo di Del Treppo sul problema della Landesherrschaft per riconoscere il "peso ben più rilevante" di "altri fattori, segnatamente il controllo degli uffici del sacro palazzo", e proporre così una teoria dell'Amtesherrschaft.
A scendere in concreto sulla genesi del castrum di Pontelatone, si può dire che il castello viene fissato - in analogia con la casistica laziale e cassinese  e, mi pare, con il vicino episodio di Sasso  - su un'altura fino ad allora disabitata, con una esplicita funzione di coordinamento e di controllo dell'area e della sua economia in crescita, in una equilibrata distribuzione fra le terre a coltura e i gruppi parentali ad esse addetti, anche se è da dire che proprio la dinastia capuana già nel IX sec. disponeva "d'un territoire assez densement peuplé et rigouresement aménagé", tanto da poter espandersi ai danni di Benevento. La scelta del sito, nel nostro caso, sembra anche "economicamente razionale", secondo il concetto di Wickham, vista la posizione di collina "sopra (o vicino) il limite più alto della terra coltivata", con facilità di accesso, per gli abitanti, al bosco, al pascolo, alle colture, vantaggi che ormai non poteva più offrire l'antica Trebula, ma che invece, sull'altro versante del massiccio poteva ancora riattingere il castrum di Dragoni reinsediatosi su una cinta difensiva sannitica.
Quando si passi poi al quadro politico, ribadita la forte spinta autonomistica, che si concretizza anche nella nascita di nuovi centri, accanto alla capacità di iniziativa di una aristocrazia rissosa, ma forse lungimirante in progetti insediativi a lunga gittata, e accertato il persistere, dopo la separazione, nel 981, dei principati di Capua e di Benevento, di esenzioni e concessioni - soprattutto concessioni di castra, con addirittura dei conti, come quello di Teano nel 996, che ne offrono ai grandi monasteri - è anche sulle invasioni, sulle piccole guerre condotte dai principi di Capua contro i signori più protervi, o sulle lotte che si accendono tra i conti stessi - registrate in particolare dalla Cronaca Cassinese - che bisogna fermare l'attenzione.
Cosicché in una situazione di pace solo relativa, aperta in realtà ai contrasti e alle rivalità tra signorie confinanti - la cosa vale soprattutto per le terre monastiche, come ad esempio il castello cassinese della Corvara minacciato nel 979/ 980 dal vicino conte di Alife  - e movimentata dallo scorrazzare di bande private, diventano immediati i vantaggi di un abitato murato.
Quello di Pontelatone è purtroppo leggibile solo per pochi tratti frammentari, come la molto restaurata porta di ingresso a nord-ovest, qualche brano murario e una semitorretta che si intravedono a fatica attraverso la folta vegetazione sul versante del vallone Maltempo a nord-est, la base di una torre a sud, sullo strapiombo al limite del Vallone delle Grazie. L'organizzazione difensiva del borgo oggi non può essere valutata a pieno oltre che per la materiale impossibilità di una ispezione del circuito, per le notevoli trasfortnazioni dell'assetto terntoriale sul lato nord presso l'unica porta conservata, dove, per tradizione orale, il fossato o un vasto avvallamento naturale sarebbero stati riempiti in tempi non molto lontani.
Era appunto il lato nord/nord-est il più vulnerabile, come è dimostrato dalla torre angioina, che, pur danneggiata, fa ancora corposa mostra di sé. Anche sul lato sud/sud-est, dove è possibile che fosse scavato un fossato di collegamento fra i due torrenti, modifiche nel tempo hanno letteralmente trasformato, colmando i vuoti e appianando i dislivelli.
Sarebbe naturalmente di grande interesse, dopo aver disboscato e possibilmente bonificato i letti dei due torrenti per il perimetro di contatto con la cittadina - rimettendo in luce, sul vallone delle Grazie i ruderi dell'antico ponte di comunicazione con Formicola e il breve tratto viario, oggi ipotizzabile sotto un rialzo rettilineo del terreno, che sul limite occidentale del borgo conduceva al ponte stesso - passare a scavi sistematici di qualche settore della cinta.
Si può concludere dicendo che con il documento del 1053 cade definitivamente l'ipotesi di un castello sorto all'inizio del XII sec. per l'arrivo di Enrico V, e che, dopo questa data, anche per Pontelatone non rimarrà che attendere il trapasso di poteri nelle mani dei Normanni, cogliendo, non a Pontelatone, ma a Caiazzo gli episodi della lunga resistenza o ribellione ai nuovi signori da parte di una stirpe ormai vinta, ma ancora non doma, fino a quando, assestato ormai e ridotto a regime monarchico il dominio del Normanni, il nostro centro andrà a costituire, intorno alla metà del XII sec., insieme con Monte Migulo un "feudum V militum" in demanio di Guglielmo di Montefusco.

Luigi R. Cielo

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