Pontelatone e la Baronia dei Carafa


Parlare della presenza dei Carafa in Pontelatone e della loro influenza sul crescita culturale e sullo sviluppo socio-economico del paese, non è compito f cile data la vasta ripercussione che la famiglia della Stadera ebbe su tutto Reame.
Che i Carafa abbiano rappresentato per il Mezzogiorno una presenza indistruttibile nel tempo, è notorio e ben visibile in Napoli, dove le orme di m dinastia, che si è via via stratificata su diversi momenti culturali, offrono un'impronta di importanza eccezionale per leggere e comprendere situazioni e da storici che hanno comportato toni culturali ed artistici caratterizzanti un'intera epoca.
E, secondo me, questo rappresenta uno dei motivi - se non quello fondamentale - che deve condurre al recupero storico-architettonico di Pontelatone.
La presenza di questa famiglia, in verità non sempre benefica per i nostri luoghi, ha voluto, comunque, significare una sovrapposizione di culture e su culture, attraverso feudi e suffeudi, che ha portato poi a una realizzazione, a una visualizzazione di quella che è l'architettura sia rurale che strettamente artistica (delle monofore, delle bifore, degli archi e dei portali), espressa attraverso forme della tecnica catalana, gotico-catalana o attraverso le corti meravigliose che, purtroppo, non vedo riprodotte nella mostra fotografica, interessante e ricche di particolari, e che, mi auguro, siano fatte oggetto di una prossima visitazione iconografica.
A testimonianza del fatto che in Pontelatone vi fu una stratificazione del culture, abbiamo quella superba torre merlata, che per altro l'incuria umana sta portando al degrado, che ancora oggi si erge maestosa, emblema cittadino, residuo di quello che fu uno dei più imperiosi castelli del '400 (1). (1) A strapiombo sul vallone Maltempo, nel punto più alto dell'abitato fu innalzata la torre lindrica, merlata, a base scarpata con cornice torica. Con i suoi 295 cm. di spessore murario, offriva sicuro riparo nel mastio, composto da due vani, ai soldati del feudatario. Vi accedeva, tramite ponte levatoio, da un unico ingresso e attraverso una stretta scala si raggiungeva la merlatura. Fu edificata dai Marzano nel XIV secolo e la croce, stemma della miglia, scolpita su pietra tufacea all'incasso della torre, ne è la riprova.
Ed in questo torrione, che fu baluardo di difesa della baronia formicolana, si riscontra quella miscellanea di culture, quell'intreccio di architetture che consentono di affermare con sicurezza che la presenza dei Carafa in queste zone fu portatrice di cultura e di innalzamento socio-economico, creando quella medio-borghesia che fu la classe dominante.
A dare forza alla nostra interpretazione storica concorre il sonetto scritto da Francesco Carafa II (poeta arcadico, marito di Faustina Pignatelli, creatore della sezione denominata "Il Caprario" che presiedeva con il nome di Alcione) in ricordo della torre ediiicata in Formicola, in tempi successivi a quella latonese, di pari grado, di pari dignità, che fu distrutta non dall'incuria umana e dal passaggio dei tempi, ma dai monaci Verginiani, i quali ne chiesero I'abbattimento perché impediva I'allargamento del monastero e dell'annessa chiesa, divenuta ormai insufficiente sia per la comunità monastica che per la popolazione. Abbattimento che fu operato da Francesco I.
"Peregrin, qui rimira, e ferma il piede, 
di mole a vista omai che già declina; 
mole che, per altezza, assai vicina 
a quella di Babele erger si vede. 
Questo trofeo degli anni a noi ben fede 
fa, come uman poter tosto ruina, 
che, quale in faccia del tempo a nulla riede. 
Pur, mentr'è sulla terra, un po' superba 
s'innalza, e mostra ruinosi i lati, 
vestigio di grandezza in sé reserva. 
E quegli ordini aperti e dirupati, 
che nemica possiede edera ed erba, 
fan pompa del rigor dei crudi fati".

da "Rime varie di Francesco Carafa, Principe di Colubrano, composte nella sua solitaria dimora nel monte Caprario della baronia di Formicola - divise in cinque libri", Firenze, 1730.
Per meglio comprendere perché parliamo di stratificazioni culturali e quali esse siano state, è opportuno qualche riferimento storico.
Dal Catalogus Baronum si ha notizia che dall'epoca normanna Formicola fosse baronia, con feudatario un certo Manasseus.
Durante la dominazione angioina la baronia fu possesso feudale dei Freapane (Frangipane). Inesatta risulta la notizia che nel 1292 fosse venduta a Tommaso d'Aquino. All'epoca di Carlo II fu posseduta da una Rogosia de Dragono, che la trasmise nel 1306 a Tomaso di Marzano, duca di Sessa.
Nel 1420 fu feudo del nobile Cubello d'Antignano di Capua. Intanto nel 1442 si affacciarono in queste contrade per la prima volta gli Aragonesi con Alfonso I. Verso il 1445 divenne feudo dei signori Della Ratta. Nel 1459 Ferrante I d'Aragona incorporava la baronia alla città di Capua. Seguono le lotte fra Ferrante e Marino Marzano, cognato del re.
Il 1 ° febbraio 1465, Formicola, ridiventata baronia, fu affidata a Diomede I Carafa. 
I Carafa, fregiatisi poi anche del titolo di principi di Colubrano, la tennero fino alla soppressione dei feudi, avvenuta nel 1806 per opera di Giuseppe Napoleone. Le vicende storiche di Pontelatone, in particolare, vedono questa terra posseduta dal 1189 al 1268 dalla famiglia Montefuscolo (Riccardo e Guglielmo) che la ricevettero da Guglielmo II di Sicilia per l'appoggio datogli nella guerra contro i Longobardi. Dopo la battaglia di Tagliacozzo, 1268, Carlo d'Angiò l'assegnò al corpo della città di Capua. Sotto il regno di Carlo d'Angiò divenne proprietà della famiglia Rogosia di Dragoni. Dal 1306 passò a Tommaso Marzano, che era legato da profonda amicizia con Diego Della Ratta con il quale era stato in legazione presso Federico d'Aragona per conto di Roberto d'Angiò e con lo stesso partecipò alla campagna di Sicilia (1317), ove distinse per valore e abilità (3). Quando nel 1321 Re Roberto dovette difender da una nuova minaccia aragonese, incaricò Tommaso di realizzare opere difensive lungo il litorale tirrenico da Castellammare a Gaeta, a dimostrazione del perizia del Marzano nell'innalzare fortificazioni. Non stupisce, quindi, che stesso Tommaso riprendesse e fortificasse il Castello di Pontelatone, tanto per farlo divenire un vero e proprio baluardo imprendibile e inespugnato anche dopo il lungo assedio che ad esso pose Re Ferrante nel corso della guerra scaturita per la rivolta dei baroni (4).
Seguì, dal 1445 circa, il periodo feudale dei Della Ratta, interrotto da Ferrante d'Aragona che nel 1459, dopo la rivolta di Marco Della Ratta, che aveva appoggiato Renato d'Angiò, unì Pontelatone a Capua. Lo stesso re aragonese creò nel 1465 la baronia affidandola a Diomede I Carafa.
Ma se fino a tale data Pontelatone è ricordata nella storia solo per avvenimenti bellici, Pietro Diacono narra che i Normanni, atterriti per l'arrivo di Enrico V, rafforzarono tra gli altri i castelli di Strangolagalli e Schiavi - quali quelli che videro Ferdinando I d'Aragona venire per ben due volte nella baronia di Formicola con il suo esercito per sedare la rivolta dei Baroni ribelli, guidati appunto da Marino di Marzano (5), dopo la nomina di Diomede Carafa a conte di Maddaloni e barone di Formicola, l'intero feudo passa alla storia per ben altri meriti. A solo titolo di curiosità storica ricordiamo che nel territorio della baronia la stupenda "sannita' Treglia non era in tenimento di Pontelatone bensì era annessa al territorio di Liberi.
La presenza di Diomede I, grande uomo d'armi ma soprattutto eccelso umanista, diviene un polo catalizzatore per queste contrade. Le migliori espressioni culturali del Rinascimento napoletano iniziarono a frequentare la baronia. Da questa considerazione nasce, ovvia, la conclusione che la presenza dell'arte gotico-catalana sul territorio intanto si è avuta ed è stata realizzata per la presenza catalizzante del Carafa. Tralasciamo di parlare di Diomede I, tanto e più autorevolmente è stato scritto (6), e, facendo un breve passo indietro, riportiamoci alla storia culturale di Pontelatone.
Nel 1420 Antonello Della Ratta, sta scritto anche sotto le iconografie esposte, costruì in Pontelatone un monastero, che non riuscì a completare perché morì, che divenne un convento di frati Domenicani sotto il titolo dell'Annunciazione di Maria SS. Il figlio Marco lo terminò e lo dotò convenientemente. Annessa al monastero vi era una cappella a navata centrale, divenuta successivamente sede della Confraternita di S. Maria del Suffragio. Ma chi realmente lo modellò nella struttura come la vediamo oggi e ne accrebbe le rendite fu Gian Tommaso Carafa, figlio di Diomede e a lui succeduto nel feudo. Nel 1479 un altro Carafa, Francesco, che abitava in Pontelatone, presso la porta occidentale, ed era cugino dei feudatari, donò ai Domenicani una massaria, una casa e numerosi terreni. Nel 1652 per la Bolla Instaurando di Innocenzo X il convento fu abolito e nel 1728 fu interdetta anche la chiesa annessa.
Gian Tommaso e suo figlio Diomede II abbellirono il Castello edificato dai Marzano e vi andarono anche ad abitare, volendo dimostrare con la loro presenza che i tempi erano mutati e che la fortificazione non serviva più per eventi bellici ma per ospitare momenti di vita sociale e culturale della baronia.
Sotto il possesso feudale di Roberta, viceregina del regno, che dal 1560 fino alla morte visse stabilmente in Formicola, Pontelatone fu particolarmente beneficata - anche se il popolo fu esageratamente sfruttato e, a volte, subì gravi angherie -. La munificenza di Roberta, quando risiedeva a Napoli, vivente il marito Diomede III, aveva interessato anche la capitale del Regno, ove, tra l'altro, aveva fondato un collegio dei Gesuiti, primo in tutto il reame; aveva edificato il ricovero del Buon Gesù ed ampliato l'Università Vecchia. Nella baronia, più precisamente nel territorio di Pontelatone, fece piantare un grande uliveto lungo le pendici del Monte Rogeto (oggi Monte Grande), sulla cui sommità sorgeva un monastero che apparteneva all'ordine dei Serviti, dedicato alla Madonna di Gerusalemme. Donò, inoltre, a detti Padri 230 moggia di terreno coltivabile e istituì due doti di 18 ducati da sorteggiarsi il 15 di agosto di ogni anno tra le ragazze più povere ed oneste della zona. È d'obbligo una parentesi per evidenziare la costante presenza nelle ricorrenze del feudo della data del 15 agosto, che ancora oggi sopravvivono nella tradizione religiosa del nostro mandamento. È una data che fa riferimento a una cultura medievale tipica, quella della Madonna, che era un po' l'emblema di tutto ciò che rappresentava la spiritualità dell'epoca.
Ritornando a Roberta, bisogna ancora sottolineare che ella assicurò una rendita ai Serviti per cui tutti i viandanti e i pellegrini che capitavano al convento di lunedì, mercoledì e sabato ricevevano pane, vino e pietanza.
Fino a poco tempo fa erano leggibili due iscrizioni marmoree a lei dedicate dai Serviti che dovrebbero essere protette, visto che dei privati hanno acquistato (come?) il colle di Gerusalemme ed il sovrastante monastero, che stanno ristrutturando (per farne un albergo?). Così come dovrebbero essere salvaguardate le macine del frantoio di quell'epoca, ancora intatte. 
Il fatto che Roberta avesse trascorso circa 40 anni nella baronia, non poteva passare senza conseguenze. Subito dopo vediamo altre persone della famiglia Carafa abitare stabilmente nel feudo, come Lucrezia Carafa, fglia di Pirro, che dimorò nel Castello di Pontelatone e vi morì nel 1612.
Dal 1625, anno in cui la dinastia dei Carafa-Stadera si divise in due rami, ducato di Maddaloni e Baronia di Formicola, numerosi furono i baroni - divenuti anche principi di Colubrano per il matrimonio contratto da Fabio con Geronima, figlia di Giovan Battista Carafa, che era appunto principe di Colubrano che soggiornarono nel feudo. Tra essi citiamo Francesco I, figlio di Fabio, che abbellì le chiese del territorio e portò l'acqua nel palazzo baronale incanalando le fonti Corsica e Ciesco che sgorgano dal Monte Frigento. Dette sorgenti (Cirsices et Chersicon) alimentavano fin dai tempi romani l'acquedotto e le terme dell'antica Trebula.
Non può non ricordarsi il nome di Francesco II che nel 1728 istituì la sezione dell'Arcadia, precedentemente citata, portando nelle nostre contrade, con il contributo culturale della moglie, i maggiori poeti e scienziati del tempo. Inoltre ampliò il palazzo baronale e creò un teatro per uso del popolo (7). Per quanto attiene più strettamente Pontelatone occorre segnalare che una sua zia materna, Lucrezia De Franco, fin dal 1635 aveva ottenuto il titolo di marchesa di Pontelatone - ciò a giustifica dello stemma turrito del Comune -, che non stava però a significare che nel feudo vi fosse stata una scissione o si fosse costituito un suffeudo, ma si trattava di una semplice assegnazione di titolo nobiliare. Difatti mentre i successori di Francesco I rimasero baroni di Formicola, a quelli di Lucrezia si trasmise il titolo di marchese.
È facile comprendere, e siamo d 'accordo con Gaetano Fusco, come l'istituzione di questo marchesato, anche se attribuito a solo titolo onorifico, volle essere un giusto riconoscimento dell'importanza storica che la terra di Pontelatone aveva avuto nel passato e continuava ad avere, perché con il suo castello, con le sue torri e con la posizione naturale costituiva la più solida fortezza della baronia; e del resto ne aveva dato ripetutamente prova al tempo delle rivolte dei baroni, come abbiamo precedentemente accennato.
Fu precisamente il 20 settembre 1635 che Lucrezia, con privilegio reale ottenne questo titolo, e poco dopo venne ad abitare a Pontelatone con il marito Francesco, il quale si ammalò, data l'insalubrità dell'aria causa la presenza di acqua stagnante nei profondi valloni che la circondano, e si trasferirono per qualche tempo a Formicola. Fu poi a Pontelatone che, l'11 giugno 1637, Francesco morì.
Infine da segnalare che nel feudo vissero diversi Santi, fra cui citiamo Anselmo d'Aosta e Alfonso Maria de' Liguori, entrambi in tenimento Schiavi. Queste brevi note storiche per sottolineare che la presenza dei Carafa nella baronia consentì un innalzamento sociale altrimenti mai raggiungibile, rappresentato da un congruo numero di facoltose famiglie, quali D'Isa, Rossi, Scirocco e Funaro, che allargarono il benessere agli strati medio-borghesi esistenti nel territorio. Tant'è che le tracce di un glorioso passato sono ancora visibili, anche se degradate, attraverso esempi di arte catalana estesi su tutto il centro storico a testimonianza del diffuso benessere.
Ed è questa presenza che va letta nella dovuta ottica - come già fece nel 1979 Massimo Rosi allorché si interessò della Pompei quattrocentesca, Carinola, o Mario Coletta con il suo recente lavoro sul Medio Volturno -, ricordando che al di là di ogni pregiudizio, l'architettura catalana è una "cultura" autenticamente meridionale che vuole essere un viaggio della memoria, uno scavo attento nel passato, un coniugare l'architettura declinata dai maestri catalani (Guillem Sagrera, Pere Johan, Matteo Forsimanaya, Gil De Luna). Ma soprattutto ricordando che la straordinaria "avidità spaziale", le avanzatissime tecniche strutturali delle volte ad arco, le innovazioni tipologiche apportate al modello desunto dalla "domus italica", la ricchezza ed il valore dei dettagli decorativi e dei moduli stilistici, risposero ad una domanda culturale profondamente radicata nel "genius loci" operando una sorta di riscrittura dei dialetti autoctoni, fondendo la ricerca gotica con le tracce "mnestiche" della tradizione romana e delle costruzioni bizantine, arabe, normanne e angioine. È nell'intrecciarsi di tutti questi linguaggi in nodi di grande complessità e interesse che consiste la forza di questa tecnica espressiva che riaffiorerà, anche se in forme nuove, nello stesso barocco napoletano.
E se tutto ciò è, come è, storia, costume e cultura, tradizione e patrimonio di un popolo, esso non appartiene più al popolo stesso ma all'umanità e si ha il dovere di preservarlo per consegnarlo ai posteri, che hanno il diritto di rivisitarlo e rileggerlo.

Carmine Aurilio

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