Presenza catalana in Pontelatone

Nell'età rinascimentale esistevano due grandi culture che erano contrapposte: una era quella dell'Italia delle Signorie, cioè di oligarchie di grandi famiglie ricche, che si erano sostituite ai Comuni e che gestivano in proprio Città, ed uri altra, che era quella più propriamente del bacino del Mediterraneo occidentale e nella quale si svolgeva un dialogo molto intenso fra la Borgogna, la Provenza, il Levante spagnolo e il Regno di Napoli.
Il Regno di Napoli, pertanto, si veniva a trovare in pieno in quello che era il linguaggio del gotico internazionale, che ha prodotto tutta l'architettura che noi oggi vediamo nel sud della Francia, nel Levante spagnolo, nelle isole
Maiorchine, nell'Italia meridionale, corrispondente al Regno di Napoli, nelle isole dell' Egeo, in Grecia, nell'Africa settentrionale, Malta e quello che vediamo qui a Pontelatone.
Il cosiddetto arco durazzesco, in effetti, non è altro che una manifestazione della cultura napoletana, individuato con molto acume, d'altronde, da Ignazio Carlo
Gavini, storico dell'architettura che ha studiato principalmente l'Abruzzo già nel 1927.
Lo stesso Roberto Pane, che cambiò questa denominazione in arco catalano, ebbe a correggersi quando, recatosi in Catalogna, non vide alcun arco che somigliava a questo e, in effetti, l'arco catalano è descritto dallo storico spagnolo Cirici come l'arco "de medio punto", arco radiale "de medio punto adovelado
desnudo", termine che rimonta dal latino (doli lamina ossia doghe, cioè conci di pietra lunghi e stretti che compongono un arco a tutto sesto). Nel complesso panorama artistico del Rinascimento, tale membratura architettonica, nel napoletano e in genere nell'Italia meridionale, trova la sua più grande diffusione.
Quest'arco che ritroviamo anche a Pontelatone, non è altro che un arco napoletano del Rinascimento.
In particolare, il fiorire di questo singolare modo di arricchire il fornice d'ingresso delle residenze civili, trae origine, a nostro avviso, da membrature dell'architettura romana, che oggi possiamo tranquillamente vedere sulla cortina a mare di
Castelnuovo.
Ci sono degli storici, degli studiosi come Ullmann, i quali danno una serie di interpretazioni del Rinascimento, inteso come tornare alla vita, lo collegano ai fatti religiosi, e ne danno tutta una serie di versioni estremamente interessanti, anche da approfondire. In effetti, per mantenerci nel terreno più proprio, noi possiamo dire che il Rinascimento in architettura ha un significato diverso da quello che uno studioso grandissimo come Carlo Giulio Argan ha definito, e cioè che "il Rinascimento è un'espressione artistica che si richiama al classico, in chiave antigotica". È questa una definizione riduttiva del fenomeno e del tutto insoddisfacente per quanto riguarda vari luoghi, come l'Italia meridionale.
Collegandoci di più a Manfredo Tafuri e a vari altri studiosi come Battisti, autore di un libro provocatorio e interessante intitolato "l'Antirinascimento", siamo più vicini a questa scuola di pensiero che indica il Rinascimento come una serie di manifestazioni coeve, legate a quelle che erano le culture dei luoghi dove questo Rinascimento veniva prodotto.
E allora il gotico internazionale come si lega a questa espressione rinascimentale dell'Italia meridionale?
Si lega in maniera estremamente interessante quando ricordiamo un'altra definizione di
Argan, quando egli dice che il gotico internazionale è caratterizzato principalmente da un fatto astratto, da una delineazione.
In effetti, fisicamente, la linea non esiste, è uri astrazione, cioè un passaggio dal solido al vuoto, allo spazio che lo circonda e pertanto questa delineazione, intellettualmente, filosoficamente e artisticamente diventa qualcosa di estremamente pregnante, e noi ne avevamo avuto un primo annuncio nella tavola dipinta da Simone Martini, quella dove S. Ludovico da Tolosa incorona Roberto
d'Angiò, suo fratello, Re di Napoli.
Tale stupendo episodio pittorico, di grandissima bellezza, è presente al museo di
Capodimonte, nato per la Chiesa di S. Chiara e di cui Ottavio Morisani fa una lettura splendida.
La complessità di questa problematica è tuttora viva e presente e si lega al ricercar le radici.
In effetti l'Italia meridionale vide negli anni che vanno dal XIII al XIV secolo un momento di eccezionale intensità. La presenza degli Spagnoli in Sicilia, già alla ime del 1200, la lunghissima guerra sostenuta da Alfonso d'Aragona contro gli
Angioini, per accedere all'eredità avuta da Giovanna II d'Angiò, travagliano il Paese in maniera eccezionale e si conosce un periodo di stabilità solo quando abbiamo la presa di potere da parte di Alfonso V d'Aragona che diventa I di Napoli.
Alfonso I predilige a tal punto Napoli da farne la capitale della Mediterranea, che andava dal Levante spagnolo alle isole dell'Egeo.
L'elemento più rimarchevole su tutto il territorio fu la cultura provinciale. Questo non è un periodo di città, bensì un periodo di feudi e,
ahimé, il feudo per noi non gode di un buon ricordo.
Il feudo è stato da un lato la difesa di certi privilegi e dall'altro ha segnato un ritardo enorme alla evoluzione civile dell'intero Mezzogiorno.
Questo periodo è segnato, dicevamo, dalla cultura provinciale e ne abbiamo testimonianze fortissime non solo nella Campania settentrionale, coi feudi di cui si è parlato, ma anche in tutto il resto del Paese.
Pirro del Balzo edifica a Venosa, suo feudo, un castello, che sembra una edizione ridotta di
Castelnuovo, e per costruirlo chiama i Sagrera. Castelnuovo già segna un punto molto importante nella edilizia castellana: l'edilizia fortificata destinata a residenza reale. La seconda generazione di castelli evolve e si trasforma in un breve periodo di ottant'anni.
Si trasforma da quelli che erano i castelli angioini, i primi castelli realizzati in maniera quadrilatera, ma ancora con le torri molto alte per resistere all'assedio, quindi basate su una difesa prevalentemente passiva, alla trasformazione nella seconda generazione dei castelli con i
Sagrera, che passano a una forma di difesa attiva, perché inizia il grande uso delle artiglierie, per cui le cortine murarie, le altezze delle torri vengono abbassate e gli spessori vengono aumentati.
Alla terza generazione di castelli, che sono prevalentemente opera di Giorgio Martini, che segue la presa di Otranto da parte dei Turchi nel 1481, c'è la fortificazione di tutta l'Italia meridionale da parte degli ultimi Aragonesi per opporsi ai nemici in Adriatico, che erano Veneziani e Turchi.
L'architettura, quindi, presenta caratteri di estrema rilevanza e di grande interesse artistico in questi luoghi feudali per un altro motivo ancora: per una forma di congelamento nel tempo, di una espressione urbanistica e architettonica.
Con la monarchia di Alfonso V il Magnanimo comincia uri era di grande splendore per Napoli e per tutta
l'Italia meridionale.
Grande fu l'impulso dato alle arti, tra il fiorire di maestri locali e di maestri esterni, richiamati dal mecenatismo del sovrano, dall'Italia e dalla Spagna, L'architettura di influenza catalana si sviluppò, in alcuni centri minori, più che nella stessa Napoli, anche perché i feudatari aragonesi preferivano forme tradizionali e maggiormente consone alla loro cultura, che non forme di importazione, come quelle toscane.
Napoli, Capua, Sessa Aurunca, Carinola, Fondi, Teano, Nola, Sorrento, per citare i luoghi più notevoli della Campania, presentano numerose testimonianze della tradizione architettonica d'influenza catalana.
Pontelatone, che conserva per intero l'antico carattere urbanistico ed architettonico, con superstiti impianti architettonici, con portali considerevoli, bifore scolpite che rammentano quelle di
Angri, dove il motivo fondamentale della grata in pietra scolpita e traforata è differenziato nel senso della profondità, merita particolare attenzione e resta ancora in attesa di essere più compiutamente esplorata.
Massimo Rosi